Notule

 

 

(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 14 marzo 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: BREVI INFORMAZIONI]

 

Ricostruire un film dai neuroni che lo vedono: primi risultati ottenuti per video brevi. Siamo ormai abituati a quella che un tempo si chiamava “magia del cinema”: guardare video dai contenuti più diversi oggi è per molti parte integrante dell’esperienza quotidiana, così che non si pensa più alle straordinarie abilità cerebrali poste in gioco da queste particolari visioni. Basti solo pensare al costante e automatico discernimento dei livelli di realtà o all’adesione al codice temporale sottinteso da sequenze e montaggi. Lo studio che ci consentirà di scoprire le basi neurobiologiche di queste capacità si è ora focalizzato su un aspetto di base, ma di cruciale importanza: i neuroni che elaborano una sequenza video codificandola, la eseguono in tempo reale nella nostra corteccia cerebrale. È lecito chiedersi: se riusciamo a decodificare l’esecuzione, possiamo riprodurre la sequenza di immagini in movimento di un film?

Joel Bauer e il suo team di ricerca sono riusciti in questa impresa per la prima volta: hanno ottenuto ricostruzioni di alta qualità dai neuroni di topi esposti a video di 10 secondi di durata.

In particolare, i ricercatori hanno dapprima usato un imaging microscopico del calcio per rilevare i picchi di Ca2+ dei singoli neuroni, che hanno consentito loro di identificare le specifiche cellule che si attivano in risposta agli stimoli visivi. Poi hanno sviluppato un algoritmo che traduce i segnali neuronici nelle informazioni che cifrano la struttura delle immagini. Hanno quindi avviato una ricostruzione pixel per pixel: l’algoritmo partiva da uno schermo bianco e progressivamente aggiornava i pixel in base alla differenza tra attività prevista e attività attuale, giungendo fino allo straordinario risultato di riprodurre le immagini del video. [Cfr. Joel Bauer et al., eLife – AOP doi: 10.7554/eLife.105081.3, 2026].

 

Identificato un meccanismo intestino-cervello nel declino cognitivo dell’età avanzata. Timothy O. Cox e colleghi, sulla base di una mappa del microbioma nell’invecchiamento del topo, hanno identificato un meccanismo sull’asse intestino-cervello che compromette l’attivazione di neuroni dell’ippocampo e la codifica della memoria. In particolare, l’accumulo di batteri come Parabacteroides goldstenii può causare infiammazione periferica a cellule mieloidi attraverso la segnalazione GPR84. Conseguentemente, la funzione dei neuroni afferenti vagali è alterata, il segnale enterocettivo ricevuto dal cervello è indebolito e la funzione ippocampale declina. Rimane da verificare l’esistenza di un simile meccanismo nell’uomo. [Cfr. Nature – AOP doi: 10.1038/s41586-026-10191-6, 2026].

Un metodo per valutare la capacità di intuire le strategie altrui e adattarvi le proprie. La mentalizzazione, cioè la capacità di supporre per inferenza convinzioni, atteggiamenti mentali, aspettative, desideri e stati affettivi di altre persone è di fondamentale importanza nella massima parte delle interazioni umane, da quelle più personali a quelle professionali. La mentalizzazione che ricostruiamo attraverso processi di pensiero ricorsivo, del tipo “io penso che tu pensi che io penso e allora ti dico che invece…”, ha un’importanza straordinaria in esperienze tanto diverse quanto un chiarimento fra innamorati e un confronto parlamentare fra politici. Finora sono state studiate le strategie statiche di mentalizzazione e poco si sa circa gli adattamenti strategici usati momento per momento dal nostro cervello in circostanze mutevoli come quelle realizzate nei giochi di strategia.

Niklas Buergi e colleghi hanno studiato in fMRI cervelli di volontari durante giochi di strategia, identificando una rete cerebrale distribuita, in cui l’attualità e la connettività tracciano l’adattamento della mentalizzazione. I ricercatori hanno sviluppato un modello che fornisce per la prima volta un metodo per valutare questa abilità. [Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-026-02219-x, 2026].

 

L’uomo è un “animale musicale”: un nuovo studio identifica i fattori che lo dimostrano. La musica non deve essere intesa come un esclusivo prodotto della cultura umana: l’arte della musica, sebbene si sia sviluppata grazie al lavoro intelligente e spesso geniale di migliaia di musicisti nel corso dei secoli, ha radici profonde nella biologia del cervello.

Henkjan Honing, basandosi su recenti risultati della ricerca, argomenta in modo convincente circa l’importanza di una disposizione alla musica specie-specifica e presente alla nascita. La capacità dei bambini di percepire, riconoscere e riprodurre ritmi è molto precoce, ed è inclusa tra i test adottati per la valutazione dello sviluppo neuropsichico. Presto i bambini riconoscono anche alcuni rapporti tonali. Le neuroimmagini cerebrali confermano l’esistenza di una rete per l’elaborazione della musica distinta da quella adottata per la comunicazione verbale nella lingua madre: gravi deficit acquisiti del linguaggio si sviluppano senza interessare le abilità musicali, che sono integre, in genere, nei pazienti afasici.

La musicalità non è una proprietà affidata a uno o pochi geni, ma è il prodotto di un “mosaico” di circuiti e sistemi neuronici, in parte di antica storia filogenetica, che cooperano creando sensibilità, inclinazione, tendenza a seguire ritmi, armonie e melodie. L’elaborazione ritmica e melodica del cervello umano deriva da abilità presenti in abbozzo già negli uccelli, e poi fra i mammiferi. [Cfr. Current Biology – AOP doi: 10.1016/j.cub.202601.068, 2026].

 

Terapia del Glioblastoma: sperimentato con successo un inibitore dell’oncogene AVIL. Identificata la proteina regolatrice dell’actina AVIL quale driver oncogeno critico per il glioblastoma multiforme (GBM), il tumore cerebrale con la prognosi più infausta, Zhongqiu Xie e colleghi hanno introdotto un inibitore di AVIL con ottimi requisiti per la neuro-oncologia di precisione. [Cfr. DNA and Cell Biology – AOP doi: 10.1177/10445498261431994, March 10, 2026].

 

Uso sbagliato dell’AI: molti adolescenti seguono diete che possono essere dannose per la loro salute. L’intelligenza artificiale (AI) è uno strumento per trovare risposte in banche dati con un’efficienza eccezionale, ma non può sostituire i ragionamenti basati su una conoscenza culturale professionale e adattati secondo parametri variabili al caso particolare per definire il regime alimentare ideale di una persona. Non basta un nutrizionista per fare questo, perché è necessario tener conto della fisiologia e della fisiopatologia di un organismo, che possono essere efficacemente studiate solo da un medico, ma oggi è diventata moda diffusa rivolgersi alla AI. Uno studio recente ha dimostrato che 5 AI chatbots molto popolari, interpellate da adolescenti in base a peso, altezza ed età, forniscono diete con un contenuto troppo basso in calorie e carboidrati e troppo alto in proteine e lipidi. [Fonte: Frontiers in Nutrition, March 12, 2026].

 

Ridurre il mondo antico ai paradigmi dell’agire contemporaneo vuol dire cancellare una realtà. Uno dei mali che affligge la doxa a base mediatica del ventunesimo secolo è l’affermazione del paradigma politico-giornalistico come forma di “pensiero unico” che, troppo spesso, sostituisce la sostanza di concezioni e paradigmi originati da visioni del mondo, da studi filosofici, da riflessioni individuali, da espressioni culturali con radici antropologiche profonde e significative. Questa adesione a una forma, che si propone come approdo culturale collettivo, ha prodotto e sta producendo conseguenze ed effetti collaterali indesiderati così numerosi e incidenti sulla forma mentis della maggioranza che non esercita la propria intelligenza nell’analisi della realtà, che sarebbe opportuno farne oggetto di saggi e riflessioni critiche meditate da portare nelle scuole e nelle università, per sollecitare almeno una presa di coscienza del fenomeno.

L’uso superficiale e disinvolto di questa forma ha facilitato lo sviluppo di una deriva principalmente indotta dal gioco di contrapposizione delle ideologie politiche: l’interpretazione della storia antica secondo i paradigmi politico-economico-mediatici del tempo presente.

Il nostro paese ha tesori inestimabili nel patrimonio culturale, resi evidenti dal più alto numero di opere d’arte al mondo ma spesso totalmente ignorati per la parte costituita dalla memoria scritta: basti solo pensare ai papiri ancora non studiati della Villa dei Papiri di Ercolano, a fronte di ciò che hanno rivelato quelli già letti su protagonisti della scena storico-filosofica antica. Questa straordinaria fonte di conoscenza umana può essere cancellata di colpo riducendo le vicende della storia al becero e banale senso delle schermaglie della politica dei nostri giorni.

Abbiamo più volte sottolineato che, se vi sono paradigmi universali dell’agire umano che possono essere applicati all’interpretazione dei comportamenti dei protagonisti della storia, questi sono da cercarsi in ciò che appartiene all’essenza umana, come le bias o tendenze inconsapevoli rivelate dagli studi psicologici e neuroscientifici. Ma, appena ci si avvicina agli stili di ragionamento, è prudente abbandonare ogni velleità di reductio ad unum, ed avere l’umiltà di studiare la storia della civiltà di quell’epoca, leggere documenti di discorsi, dibattiti, controversie, verbali di tribunali, lettere fra persone amate e carteggi delle stesse persone con autorità politiche o religiose. Non sono poche le persone fra i nostri conoscenti che, dopo queste letture, hanno dichiarato di aver visto aprirsi una finestra su un mondo del tutto nuovo in un’epoca che credevano di conoscere a fondo. Dovrebbe essere obbligatoria questa esperienza nel curriculum di chi insegna la storia.

Per rendersi conto delle dimensioni dell’errore che si compie nell’omologare e ridurre atteggiamenti di soggetti del passato al pensiero del tempo presente, appiattito sugli interessi economici di estese categorie di cittadini, può essere istruttivo leggere Paul Veyne affrontare questo problema sul nascere, quando era solo un difetto di storici troppo ideologizzati.

Paul Veyne osserva che l’uomo libero romano può essere paragonato a quei Francesi contemporanei che ritengono il lavoro una cosa indegna di un ingegno libero e, pertanto, l’epimeleia esercitata dagli antichi potrebbe essere ricondotta a un’attività direttiva sui gestori di una sua proprietà, “nel senso in cui Olivier de Serres parlava del governo domestico di un possesso”[1]. Ma da Cincinnato a Scipione l’Africano, che arava i suoi campi, abbiamo innumerevoli esempi del valore del lavoro presso i Romani e del merito attribuito a chi, anche per esaltarne le doti a fine esemplare, era definito “lavoratore energico”.

Il paragone, infatti, non regge, perché l’atteggiamento del mondo di oggi risente in modo più o meno marcato del passaggio attraverso rivoluzioni, lotte di classe, interessi collettivi contrapposti e, soprattutto, della definizione del lavoro in termini economici, ossia quale capacità di produrre un reddito. Quell’atteggiamento del Romano libero non era da intendersi nei confronti della categoria generale del “lavoro” come oggi è concepita, ma di una particolare condizione, ossia quella del vinto in guerra cui era stata risparmiata la vita dal vincitore che, in latino, diceva: “Ti conservo la vita, ma tu diventerai mio schiavo”, dando luogo alla nascita della parola “servo”. È contro questo obbligo servile che si ergeva la protesta dell’uomo libero romano, non contro il compimento di un’attività manuale di utilità, e men che meno contro un rapporto economico fondato sulla remunerazione.

Non solo c’è una concezione del lavoro diversa da quella del mondo moderno, ma è interessante notare la molteplicità di idee e visioni personali emergenti nelle epoche di pace del mondo romano. Ad esempio, per i Romani, come per i Greci, il commercio non era un lavoro. Il darsi da fare in transazioni e traffici per aumentare il patrimonio di famiglia era di tutti, e veniva in genere giustificato citando Seneca, che considerava un merito del buon padre di famiglia cercare di accrescere le risorse da mettere a disposizione dei figli.

Raggiungere posizioni di vertice nella società non vuol dire smettere di lavorare: “Un alto funzionario è un uomo energico che, da mattina a sera, passa l’anno della sua carica a spulciare rigo per rigo i conti del fisco. Non arrugginirsi: era una massima di Catone, quell’uomo davvero grande”[2].

Ma la differenza più marcata e stridente col mondo contemporaneo è costituita dalla ricchezza e profondità di visione individuale dei rapporti interumani: per questa diversità e originalità non è mai banale la lettura di lettere, discorsi e saggi dei singoli autori, che spesso sono accomunati solo da alti valori morali. [BM&L-Italia, marzo 2026].

 

Notule

BM&L-14 marzo 2026

www.brainmindlife.org

 

 

 

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[1] Paul Veyne, L’Impero romano in La vita privata dall’Impero romano all’anno Mille, p. 100, Edizione CDE spa, Milano 1987.

[2] Paul Veyne, idem.